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5domande5: Michele Ginevra e i 25 anni del Centro Fumetto 'Andrea Pazienza'

25 anni di attività, decine e decine di mostre, eventi, incontri: il racconto del coordinatore

04/12/2013
5domande5: Michele Ginevra e i 25 anni del Centro Fumetto 'Andrea Pazienza'

Michele Ginevra, classe 1965. Una laurea in Scienze Politiche: nel 1988 è fra i fondatori del Centro Fumetto "Andrea Pazienza", che questo anno festeggia i suoi primi 25 anni di attività ininterrotta. Come direttore o coordinatore ha preso parte o organizzato in prima persona tutte le attività del Centro in questi anni, non mancando di essere presente ai più importanti incontri del settore. Dal 1983 lavora alla valorizzazione del medium fumetto.

Ciao e benvenuto su PostCardCult.com.  Il tuo nome in ambito fumettistico è sinonimo di CFAPaz; sono iniziati da tempo i festeggiamenti per i primi 25 anni del Centro. Prima domanda, a freddo: ricordi 25 anni fa, quando partì questa avventura, che cosa ti aspettavi dal futuro? Ti sembrava verosimile l'idea di trovarti ancora lì dopo un quarto di secolo?
Sì, ricordo piuttosto bene il percorso compiuto per arrivare alla creazione del Centro Fumetto. L'idea era nata poco più di due anni prima, in un contesto in cui le amministrazioni locali scommettevano sui centri di aggregazione giovanili dedicati a temi specifici. All'epoca si parlava di centri sulla musica, sul cinema e sul teatro. A Cremona si riteneva fondamentale aprirli solo in presenza di un tessuto associativo interessante e c'era Arcicomics... Cominciammo nel 1986 con Schizzo e nel 1988 inaugurammo la sede del Centro Fumetto. Era da poco scomparso Andrea Pazienza e fu naturale intitolarlo a lui. E a ventitré anni ero già il Coordinatore della struttura. In quel momento non era neanche un lavoro, ma volontariato puro. Ero sereno sul futuro del Centro. Non c'erano motivi per non pensare ad una lunga durata. Piuttosto non avrei immaginato di esserne ancora il responsabile venticinque anni dopo! Pensavo che avrei lavorato in altri ambiti. E invece abbiamo chiuso da poco la mostra “I love fumetti”, dedicata proprio a questo notevole anniversario. E non ci siamo limitati a raccontarci, ma abbiamo voluto allestire in un percorso quasi completamente costituito da originali una sorta di storia mondiale del fumetto, da Winsor McCay sino ai talenti contemporanei che proponiamo ogni anno con Futuro Anteriore.

Ti dispiacerebbe raccontare cosa vi eravate prefissati all'inizio come fine del Centro e oggi quali sono i vostri obiettivi?
Abbiamo avuto idee chiare sin dall'inizio. Volevamo costruire un punto di riferimento sul fumetto rivolto non solo agli appassionati. Gli strumenti sarebbero stati: la biblioteca, le mostre, gli incontri con gli autori e Schizzo, quest'ultima intesa come spazio critico e vetrina per i nuovi autori. Successivamente abbiamo operato anche nei settori della didattica, dell'espressività e della progettazione e consulenza.
Oggi gli obiettivi sono ancora gli stessi. Però il contesto è molto cambiato. Il fumetto è maggiormente conosciuto e apprezzato. Però è meno popolare e si è frazionato in molti generi diversi. Quindi è più complicato seguirlo nelle tante e diverse direzioni in cui sta andando. Inoltre ci sono meno risorse. I tagli alla spesa pubblica sono stati forti in tutti i settori e anche autofinanziarsi è diventato più difficile. Per fortuna siamo sostenuti da un forte senso d'identità che si traduce in un attivo volontariato giovanile.

Mi soffermo ancora su un punto in particolare: gli autori pubblicati. Andrea Bruno, Pasquale Todisco, Patrizia Mandanici, Ausonia, Marco Corona, Jessica Abel, Zograf, Luca Genovese, Anna Merli, Francesca Follini... Abbiamo pubblicato almeno quattrocento autori, non solo sperimentali. Siamo stati una palestra, una vetrina, talvolta persino una famiglia, per moltissimi giovani ancora alle prime armi. Penso che il mondo del fumetto debba guardare con riconoscenza al lavoro che abbiamo compiuto. Oggi è normale pubblicare certi stili e autori. In passato non è stato sempre così e ricordo ancora lo sconcerto suscitato quando editammo Davide Catania o la coppia Antonio Pepe e Dario Morgante.

In che consiste oggi il tuo lavoro di coordinamento al Centro e che riscontri hai avuto e hai oggi come oggi quando ti interfacci con enti ed editori?
Rispetto ai primi anni, quando il coordinamento riguardava i servizi e le iniziative, cioè la realizzazione, il ruolo si è esteso ai rapporti con gli enti associati che sostengono il Cfapaz e con i partner delle numerose iniziative. Per esempio il Comicon di Napoli per Futuro Anteriore, piuttosto che Fumo di China e, da qualche settimana, il nuovo sito Fumettologica. Le relazioni assorbono molto tempo, perché si tratta di condividere finalità e modalità di gestione. Ma ne vale la pena, dato che in questo modo riusciamo a promuovere efficacemente la cultura del fumetto e gli autori emergenti. Per esempio, quando abbiamo studiato assieme a Lucca Comics la Self Area nel 2007 (alla cui gestione abbiamo partecipato sino al 2009). La Self Area è stata pensata cercando il punto di incontro possibile tra una manifestazione in crescita come Lucca Comics e le esigenze degli autori di poter disporre di spazi adeguati e non troppo onerosi. E' stata una scommessa vinta alla grande, perché ha contribuito a far emergere e sviluppare il mondo dell'autoproduzione, che sta finalmente raggiungendo un livello qualitativo importante.  

In questi anni che tipo di esperienza avete fatto per quel che riguarda la promozione del fumetto come mezzo di comunicazione nei confronti dei più piccoli? Stiamo provando ad interessarci al rapporto tra didattica e fumetto e ci farebbe piacere avere il vostro punto di vista.
Il fumetto è stato sdoganato anche grazie all'interesse del mondo scolastico e alla nascita di una didattica specifica. Noi siamo stati tra i soggetti protagonisti del progetto ministeriale Banchi di Nuvole, con cui si è voluto fare il punto tra il 2004 e il 2005. Abbiamo notato l'importanza di questa attività, ma anche i numerosi limiti. Troppo spesso ci si concentra sugli aspetti “grammaticali”, come i balloons e le onomatopee, e si perde di vista il cuore del fumetto, che è narrazione, stile, contenuti, un modo per rappresentare il mondo. Una vera didattica del fumetto deve approfittare degli spazi che la scuola offre per raccontare il surrealismo popolare di Jacovitti, il senso della giustizia di Tex, il cinismo di Zanardi, la critica delle società contemporanee di Persepolis, i retroscena tragici della guerra de Il fotografo, la deriva dell'umanità in The Walking Dead...

Per finire, evitando la domanda sui prossimi 25 anni, ti dispiacerebbe aiutarci a fare il punto (se riesci a fare un parallelo con 25 anni fa non sarebbe male...) sullo stato di salute del fumetto in Italia?
Come accennavo prima, il fumetto è molto cambiato. Quando il Centro aprì, era già in corso da anni il dibattito sulla crisi del fumetto, perché le vendite in edicola erano in calo e le riviste d'autore non riuscivano ad affermarsi pienamente. Anche adesso si parla ancora di crisi. Eppure, le manifestazioni di settore dimostrano quanta attenzione vi sia ancora verso il fumetto. Allora dobbiamo aggiornarci e prendere atto che da tempo non esiste più un solo fumetto, ma siamo in presenza di numerosi generi sempre più divergenti, soprattutto per le modalità di diffusione e fruizione. In edicola, dove ci sono i numeri più importanti, rimane un forte zoccolo duro che continua a seguire le testate popolari di un tempo e i loro epigoni. Ma c'è anche un target che colleziona tutte i collaterali dei periodici, quasi sempre di successo. Poi c'è il pubblico delle fumetterie e delle mostre mercato, frammentato ma in grado di sostenere le piccole tirature. Fuori da questi mondi di appassionati ed ragazzi di una volta, ci sono le librerie generaliste dove i cosiddetti graphic novel vendono sempre di più per i contenuti che propongono e grazie a queste nuove sensibilità abbiamo fumettisti in grado di rivaleggiare con gli scrittori più venduti. Pensiamo a Zero Calcare, Gipi e Makkox.

Alcune manifestazioni come Komikazen e Bilbolbul dimostrano a loro volta che c'è un fumetto impegnato, di ricerca, in contatto con le altre arti, che ha un seguito crescente. Poi c'è un fumetto che vive e prospera sulla rete, che non è detto arrivi sulla carta. Infine bambini e ragazzi, che provengono dai cartoni animati e dalla Tv, inseguendo i loro personaggi preferiti.

Risultato: non ci sono mai stati così tanti fumetti come negli anni duemila. Entro certi limiti, in passato ero in grado di seguire tutto. Adesso è impossibile. L'Italia è il paradiso per chi è appassionato di fumetti. C'è di tutto. E quello che manca lo prendi su Amazon. Ma se i lettori sono viziati, portafogli permettendo, autori ed editori incontrano molte difficoltà. A questo punto mi chiedo quanto il problema sia del settore del fumetto e quanto invece sia una conseguenza della crisi del nostro sistema paese.


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