Fumetti

Parlare di fumetti sui quotidiani: intervista a Renato Pallavicini

La critica fumettistica di fronte alle sfide editoriali del nuovo millennio

05/09/2013
Parlare di fumetti sui quotidiani: intervista a Renato Pallavicini

Da oltre trent’anni, Renato Pallavicini è noto agli appassionati di fumetti per essere uno dei non così numerosi giornalisti esterni alla stampa di settore che scrive di questo mezzo di comunicazione con cognizione di causa, per di più su un quotidiano: sembra una banalità, ma purtroppo ancor oggi non lo è... Proprio lui qualche anno fa ebbe una suggestione che, chissà, potrebbe rivelarsi profetica. Di fronte alla scoperta della stampa generalista italiana dei graphic novel soprattutto anglosassoni, nella sua rubrica settimanale su l’Unità del 3 luglio 2008 si spinse a immaginare un “romanzo grafico” in grado di sbaragliare “concorrenti del calibro di Lidia Ravera, Niccolo Ammaniti, Ermanno Rea e Sandro Veronesi” e aggiudicarsi il letterario Premio Strega... In attesa di quel momento (pur senza alcun complesso d’inferiorità), l’abbiamo incontrato per scambiare quattro chiacchere su come vengono visti e come appaiono a più livelli la storie disegnate nel Bel Paese.

Periodicamente si parla (e a volte si straparla) di critica sul fumetto... se non sbaglio tu la pratichi professionalmente su l’Unità dal 1979. Come la vedi, dal punto di vista della stampa generalista?
La critica ma anche la semplice cronaca fumettistica non ha avuto – e in parte ancora non ha – vita facile sulla stampa generalista. A differenza di altri linguaggi, ai quali è istituzionalmente riservato uno spazio fisso nelle pagine di Cultura e Spettacoli, come cinema, tv, letteratura ecc. il fumetto questo spazio e questa attenzione non li ha mai avuti, almeno fino a qualche anno fa.
Ovviamente in questione non ci sono pagine fisse dedicate ad hoc quanto, come dire... un diritto di udienza, di visibilità e di dignità culturale, per un linguaggio che fa parte a pieno titolo e diritto dei linguaggi moderni e contemporanei. Per merito di alcuni giornalisti appassionati ed esperti di fumetto – fra cui mi ci metto immodestamente anch’io – sforzi e insistenze ripetute nel proporre notizie, articoli e interviste sul tema pian piano hanno fatto breccia.


Certo una rubrica settimanale è rarissima, fin dai tempi della (credo, prima al mondo) quindicinale di Pier Carpi e Michele Gazzarri ogni due giovedì su Il Giorno dal 1966...
Oggi, sicuramente, la situazione è parecchio migliorata e scrivere di fumetti su un quotidiano è molto più semplice. Insomma il fumetto è stato “sdoganato” e ammesso nelle pagine culturali, merito anche della voga del graphic novel (e come noto, qui ci sarebbe molto da discutere...) su cui si sono buttati direi proprio “a pesce” i grandi editori generalisti, che in parte condizionano con i propri uffici stampa la “politica” delle pagine culturali dei quotidiani. Bene, comunque: purché il fumetto nel suo complesso – e dunque anche quello cosiddetto “popolare” o meglio seriale – venga valutato con serietà e competenza, e non finisca nelle mani e nelle penne di qualche intellettuale “tuttologo”, che spesso scopre l’acqua calda.

C’è poi l’altra eterna questione: se il web abbia prodotto più danni qualitativi o semplicemente allargato la base quantitativa. Secondo te da che parte pende di più la bilancia?
Non saprei dare una risposta certa. Sicuramente Internet ha allargato quantitativamente la base della cosiddetta “critica” fumettitica, all’interno della quale però si trova di tutto: fanzinari, semplici lettori, lettori più specializzati e, purtroppo, anche tanti narcisi ed esibizionisti dell’insulto gratuito. In Rete si trovano comunque una discreta quantità di ottimi blog, siti e portali che hanno diffuso anche una buona qualità di riflessioni e critiche come mai prima d’ora.

Ti ricordi il tuo primo articolo su un quotidiano a che fumetto era dedicato?
Il mio primissimo articolo dedicato al fumetto francamente non ricordo quale sia stato: dovrei scartabellare il mio archivio, che peraltro come tutti ha qualche lacuna... Posso dire che, tra le prime cose di una certa rilevanza (anche per lo spazio concessomi) che ho scritto, ci sono due “articoloni” dedicati ai miei miti a fumetti preferiti che sono: Tintin e Edgar P. Jacobs, ovvero il papà di Blake e Mortimer.

E la tua prima rubrica su l’Unità, che riparte proprio oggi parlando di Centomila giornate di preghiera?
Be’, “Il calzino di Bart” – per il cui titolo ho naturalmente tratto ispirazione dalla celebre frase irriverente di Bart Simpson, resa in italiano con “Ciucciami il calzino!” – esce regolarmente ogni settimana dal 31 marzo 2001, appunto pause agostane a parte... dove però riesco a inserire articoli speciali a tutta pagina su autori o argomenti specifici!
Inoltre in precedenza ho firmato per qualche anno un’altra rubrica settimanale, dal semplice titolo “Fumetti”: ricordo che la sua primissima apparizione è datata 27 gennaio 1994, ed era giocoforza dedicata alla notizia della nascita della Marvel Italia, poi evolutasi nell’attuale Panini Comics.

Tu hai sempre avuto, anche come conseguenza diretta del tuo lavoro quotidiano, uno sguardo molto a 360 gradi: è possibile dire come sta oggi il fumetto, tra Hollywood e videgiochi che gli rubano storie e personaggi (per operazioni multimediali che a volte hanno poco a che vedere con il materiale di partenza) e un’editoria in crisi epocale ovunque?
Come sta il fumetto? È una parola! Ci vorrebbe un consulto di specialisti, per stilare una diagnosi precisa... Da uno che ormai ha una certa età (sono del 1948) e ha una passione smodata per libri, riviste, giornali, giornalini e albi vari... per tutto quello che è carta insomma, il futuro non si annuncia dei migliori.
Rivendico il diritto alla nostalgia, ma non sono un apocalittico, e dunque penso che il buon vecchio albo a fumetti (più o meno “nobilitato” in graphic novel) avrà ancora vita lunga.
Da altri media mi aspetto novità vere, magari anche sul piano del linguaggio, e non semplici “trasferimenti” da un supporto all’altro, dalla carta all’iPad.


E in Italia pensi che prima o poi riusciremo a orientarci verso un’ottica industriale, superando quell’aria da artigiani gelosi l’uno dell’altro?
Per quanto riguarda l’editoria italiana, anche qui il discorso è complicato. A parte l’ingresso, come dicevamo, dei grandi editori, in questi anni si è assistito alla nascita, rinascita e fusione di altre etichette, le quali hanno certamente contribuito all’elevazione del gusto e della qualità – anche grafica – delle proposte editoriali.
Semmai, il difetto è quello tipico italiano: se un editore lancia un autore, ecco che ne arriva un altro che va alla caccia di altri titoli dello stesso autore. E se un editore ripropone autori o serie di archivio, ecco che l’altro editore lo copia... come sta succedendo ad esempio in questi ultimi mesi, con la “scoperta” da parte di vari editori della bedé francese e della loro “linea chiara”.
Insomma, mi sembra che tutti vogliano fare tutto, tanto per accaparrarsi una fetta della torta... Ma la torta è sempre quella, e le fette sono sempre più piccole... Chi vivrà, vedrà e – forse – mangerà!

 

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