Fumetti

5domande5: Emanuele Tenderini, di colore, disegno e progetti

Intervista all'autore veneziano sul suo rapporto con il colore, il disegno, il mercato, la sperimentazione, la libertà d'espressione...

28/11/2013
5domande5: Emanuele Tenderini, di colore, disegno e progetti

Emanuele Tenderini è un disegnatore di fumetti veneziano. Con il fumetto cult "100 anime", edito per la casa editrice francese Delcourt, crea uno stile, diventando uno dei più grandi esponenti mondiali della tecnica di colorazione digitale. Continua poi il suo percorso con le massime realtà editoriali europee: "Wondercity", della francese Soleil, viene venduto in 9 paesi del mondo; "Oeil de Jade" è edito dai prestigiosi Umanoidi Associati; "The Odyssey" lo vede a fianco del cartoonist americano Ben Caldwell. Nel mercato italiano collabora alla realizzazione di "Dylan Dog" e "Dampyr" per Sergio Bonelli Editore. Attualmente lavora per la francese "Ankama", leader mondiale dell'animazione e dei videogiochi, per una serie dai toni umoristici intitolata "Dei", e per la casa editrice LeLombard, per la quale ha pubblicato un fumetto sulla storia della celebre Tapisserie di Guglielmo il Conquistatore, per il museo nazionale a Bayeux. (dal sito http://www.tenderini.com/)
Sul suo blog è possibile trovare molti tutorial sulla colorazione digitale.

Ciao e benvenuto su Postcardcult. Sei un conosciuto autore (colorista, disegnatore, sceneggiatore) e attualmente fai dei workshop alla Scuola di Comics di Firenze. Ti dispiacerebbe raccontarci quali sono stati i tuoi primi approcci con il disegno e, oltre ai fumetti che pensi possano aver segnato la tua crescita in maniera indelebile, quando hai sviluppato la passione per disegno e fumetto?
Ciao, grazie a voi per l’ospitalità. Come gran parte dei miei colleghi disegnatori, ho sviluppato la passione per il disegno fin dai primi anni della mia vita. Da piccolino, ogni settimana, i miei nonni mi compravano il “Topolino” e io passavo intere giornate a copiare le vignette che vedevo illustrate in quelle magiche pagine. Crescendo, ho portato avanti questa mia attitudine verso il disegno in un periodo, gli anni ’90, in cui il mercato editoriale italiano viveva la sorprendente influenza  del genere manga.

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Cartoni animati e fumetti giapponesi, quindi, rappresentarono una sorta di “prima fase” verso la consapevolezza che il fumetto, per me, poteva diventare qualcosa di più che un semplice “hobby”.

La “seconda fase” di presa di coscienza, si sviluppa nei 6 anni in cui decisi di frequentare Ragioneria e Giurisprudenza: non potevo rinchiudermi in un ufficio e ingobbirmi su pratiche e bilanci, pensavo, tanto meglio ingobbirsi sulle tavole da disegno.  Durante i 3 anni di Scuola del Fumetto, a Milano, imparai a conoscere e amare i grandi autori della BD franco-belga. Misi da parte la mia sfrenata passione per i giapponesi, mi innamorai di Moebius & co. e tutto cominciò ad illuminarsi.

Quando hai poi pensato di poter trasformare (o di dover trasformare) la passione in professione?
Soprattutto durante il liceo. Come dicevo, gli anni passati sui libri a studiare bilanci e partita doppia, mi avevano convinto che il mio sogno era raccontare storie, spinto anche dai complimenti che ricevevo per il mio talento nel disegnare (ovviamente, invece che seguire le lezioni di ragioneria, ritraevo professori e compagni). Terminato il liceo frequentai un anno di università, poi il militare in aeronautica e finalmente mi decisi a iscrivermi alla scuola per fumettisti.

In realtà non c’è un momento preciso in cui pensi realmente di trasformare la tua passione in professione, è un processo abbastanza spontaneo caratterizzato dal sentire un “frizzantino” ogni volta che immagini di passare le giornate al tavolo da disegno a sfogare la tua creatività.

Quali sono stati i tuoi primi lavori e come ti sei destreggiato, negli anni, fra l'attività di colorista e quella di disegnatore? Come sei entrato in contatto con il mercato francese, con il quale hai lavorato?
Durante il terzo anno alla Scuola del Fumetto, alcuni miei professori cominciarono a propormi delle piccole collaborazioni per introdurmi al lavoro. Nei primi anni del 2000 scoppiò la moda dei fumettisti italiani in Francia e spontaneamente nacquero, nel nostro paese, studi di disegnatori che cominciarono a proporsi su territorio d’oltralpe. Venni coinvolto nei progetti dello Studio 7 mondi, in qualità di colorista grazie alla mia collaborazione con Alfio Buscaglia e Alex Crippa su 100 anime, per le edizioni Delcourt, ufficialmente il mio primo lavoro.

All’epoca non c’erano molti coloristi e soprattutto non c’era una gran diffusione della colorazione digitale.  Fu piuttosto semplice, quindi, imporre una propria personalità cromatica che partiva dalle tecniche di pittura classica e arrivava ad un innovativo stile “informatico”. Oltre a colorare le tavole degli altri, però, io volevo anche disegnare. Capitò che il mio book finì in mano a Luca Enoch che mi propose delle tavole di prova per un progetto che stava presentando agli Umanoidi Associati.
Non venni scelto per quel libro (ahimè) ma all’editor piacque comunque il mio stile e mi propose di realizzare un progetto scritto da uno sceneggiatore belga. Oeil de Jade ne fu il risultato e segnò l’inizio della mia carriera anche come disegnatore. Mi sembra ieri, ma sono già passati una decina d’anni. 

Sei al lavoro su un progetto corposo e ambizioso del quale hai mostrato sul tuo blog e sulla tua pagine Fb alcuni concept e sviluppi. Ti dispiacerebbe raccontarci come ti (vi) è venuta l'idea di realizzarlo e, ad oggi, che tipo di lavoro hai realizzato?
Il progetto a cui fai riferimento si intitola “Lùmina” e lo sto realizzando assieme alla bravissima illustratrice Linda Cavallini.


Com’è nato il progetto?

Io e Linda eravamo sull’aereo per Parigi, c’eravamo organizzati per andare a vedere l’esposizione di Moebius, TranseForme e io mi stavo sfogando con lei riguardo al fatto che tutti i progetti che ideavo in quel periodo tendevano ad essere “troppo complessi” nella loro struttura stilistica e che avevo la necessità di creare qualcosa di più “pop”. Ok sfidare i propri limiti cercando soluzioni sempre diverse ma ogni tanto, le dicevo, sarebbe stato bello “appoggiarsi” a qualcosa di più spontaneo. Amare, in principio, i Manga per poi appassionarsi agli autori francesi, imparare a colorare “a mano” per trasformarsi in “digitale” e accettare di non odiare il computer come potenziale strumento di creatività: tutto ciò mi aveva creato una confusione di ragionamento non indifferente. Fantasticando assieme, quindi, riguardo la realizzazione di una storia che si limitasse a rappresentare “ciò che più ci piaceva”, senza altre sovra-architetture mentali, stendemmo la prima traccia del progetto.

Ci imponemmo fin da subito di bandire qualsiasi forma di sperimentazione e di coccolare esclusivamente ciò che fino ad allora avevamo imparato a fare. Ma un presupposto simile, era possibile? …manco per idea. Ci mettemmo veramente poco a ricadere nella “spirale della ricerca”, scavare in profondità nello scheletro stilistico della storia, per voler raggiungere, ancora una volta un risultato che fosse ciò che non avevamo ancora visto.

La storia è molto semplice parla del rapporto tra fratello e sorella, separati in un mondo fantastico che non è il loro. I presupposti sono quelli del fantasy made in japan e di base l’obiettivo estetico che ci siamo prefissi coincide con alcuni anime di grandi autori orientali, con qualche aspettativa in più. Negli ultimi anni, complice la “crisi” e la crescita del fenomeno dei social network, abbiamo notato un cambiamento di percezione delle “tempistiche”: ci sono pochi soldi, c’è un pubblico da conquistare, una propria personalità da imporre e il tempo di 1 settimana su uno scaffale di libreria per poter vendere il proprio libro.

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Tutto questo porta ad una costrizione dei tempi di produzione tale da non guardare più al vero valore di un fumetto, ma al solo fatto che questo esista e (non)funzioni nei tempi più brevi possibili. In un sistema simile gli editori non hanno voglia, tempo e soldi per investire sulla crescita di un albo, gli autori cercano di produrre il più possibile per racimolare , possibilmente, uno stipendio mensile e i lettori si trovano a voler usufruire, loro malgrado, di prodotti di intrattenimento fugaci. Un meccanismo di tale velocità, negli anni, mi ha portato a guardare sempre meno a ciò che è il mio senso interiore di fare questo lavoro a (s)favore di credere di guardare qual è il senso del mio lavoro per chi lo legge.

Avevo bisogno di riappropriarmi dell’amore per il segno e per il colore e andare contro-corrente rispetto a tutto ciò è diventato lo scopo basico degli intenti di “Lùmina”: fare le cose lentamente, con pazienza per farle bene, innanzitutto per me stesso (noi stessi), confidando sul fatto che per questo i lettori godranno di un prodotto di livello superiore.

E’ una necessità, innanzitutto, di prendermi ciò che mi spetta: i tempi giusti.

Alla fine, sull’aereo per Parigi, ciò di cui mi lamentavo con Linda riguardo la complessità delle sfide che mi imponevo sui miei progetti, non riguardava lo stile in se’, riguardava gli obiettivi che, all’epoca, non coincidevano con “ciò che volevo” ma con “ciò che gli altri si aspettavano da me”.

Lùmina è ciò che voglio io e questo mi ha portato a creare uno stile di costruzione delle tavole che ho chiamato Hyperflat, la cui filosofia si potrebbe riassumere così: i tecnici dell’ “immagine” nei media di intrattenimento (tv, cinema e videogiochi) si stanno muovendo  nella direzione del perfezionamento della qualità della stessa (Hd, FullHd, 2k, 4k ecc..), con Hyperflat ricerco il perfezionamento della qualità delle immagini nel mio medium di riferimento: il fumetto.
Non sto parlando necessariamente di fumetto digitale su tablet, la ricerca sulla qualità dell’immagine coinvolge sia il digitale che il cartaceo. In tutto questo, però, non è fondamentale per me arrivare a conquistare l’obiettivo prefissato, quanto provarci per amore del mio lavoro.

Ti va di raccontarci, per concludere, come sperate e pensate di far vedere la luce al vostro progetto e quali strade avete battuto?
Inizialmente avevamo presentato il progetto ad alcuni grossi editori italiani e francesi: gli italiani ci hanno completamente snobbato (non ce n’è stato uno che ci abbia risposto, neanche per educazione), i francesi, invece, ci hanno fatto molte proposte contrattuali, che non coincidevano però con le nostre necessità (che non sono necessità economiche ma di libertà di gestione del progetto).  Per ora abbiamo messo da parte la “paranoia” di dover trovare qualcuno che ci pubblica il libro, l’importante è farlo, al massimo livello possibile, quando lo avremo realizzato vedremo il da farsi. Una bella campagna su Kickstarter, un’autoproduzione, o qualche entusiasta ed ispirato editore, sono tutte interessanti possibilità.
Ripeto, Lùmina rappresenta esclusivamente il riappropriarsi di una nostra personale idea di percorso sul fumetto e ciò che conta, per noi, è realizzarlo a prescindere da qualsiasi altro discorso.

Grazie e buon lavoro!

Dal nostro canale Fumetti:

'La bambina filosofica. L'opera (quasi) omnia' (Lizard), intervista a Vanna Vinci

NPE, I predatori del deserto - La recensione

'Kurt Cobain. Quando ero un alieno', intervista a Toni Bruno

5domande5: David Messina, italiano d'America

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Links correlati:

La pagina FB di Lùmina

Il sito di Emanuele Tenderini

Il blog di Emanuele Tenderini