Davide Barzi

Ciao Giorgio

Un mio ricordo di Giorgio Rebuffi, nel giorno della sua scomparsa

16/10/2014
Ciao Giorgio

Giovane autore”, una meravigliosa categoria dello spirito e del giornalismo svogliato in cui si può rientrare sino ad avvenuto compimento di almeno una sessantina di primavere. Nel secondo dopoguerra, era di contraddizioni ma anche di notevoli possibilità, il giovane autore, come concetto, presenta due caratteristiche che con il tempo saranno sempre meno connesse alla categoria: è giovane ed è un autore. Non si parla di promessa per decenni, perché la si può mantenere in tempi brevi. Giorgio Rebuffi, studente universitario della facoltà di medicina, appena diciannovenne, nel 1949 esordisce nel mondo del fumetto creando lo Sceriffo Fox per le Edizioni Alpe. Il segno grafico è già molto personale nonostante l’età e l’esperienza nulla nel settore. Lo stesso editore, nella persona di Giuseppe Caregaro, date le capacità dell’autore, anche se esordiente, gli affida le storie di due personaggi di nome Cucciolo e Beppe. Rebuffi ne effettua un restyling dando loro le fattezze e lo stile di disegno che li caratterizzeranno per decenni e creando una serie di comprimari che faranno la fortuna della testata, a partire da Fantasmak, che per certi verso anticipa addirittura Diabolik. Gli studi universitari vengono quindi abbandonati in nome di una passione che sarebbe stato quasi impossibile relegare a passatempo. Nel 1952 crea il celebre personaggio Tiramolla su testi di Roberto Renzi, ma anche l’irresistibile iettatore Giona. Non contento, negli anni successivi darà vita a Tom Porcello, Tore Scoccia, al robot campionario Roby Stress (che anticipa il celebre C1P8 di Star Wars) al metafisico Ottag. Per l’editore Bianconi creerà il primo Trottolino, personaggio a cui poi Nicola Del Principe darà la fisionomia definitiva. Tra le creature rebuffiane ha senza dubbio un posto d’onore Pugaciòff, personaggio dal grande successo in Italia ma anche all’estero, in particolar modo in terra francofona. Tre le sue invenzioni più gustose viste in terra francese, Gatman, una versione supereroistica di Gatto Silvestro, che diventa difensore dei canarini. Insomma, sembra davvero una favola. Ma, come in ogni favola, c’è sempre un cattivo. Ma, siccome qui si disserta di un favolista sui generis, tra i più creativi e iconoclasti del fumetto umoristico del Novecento, in questo caso il cattivo è l’autore stesso. O meglio, il cattivo è il Paese delle favole in cui lavora, che lo considera cattivo.

Facciamo un passo lontano. Facciamolo in aereo, che sarebbe un passo impossibile anche per il flessibilissimo Tiramolla. Siamo negli Stati Uniti, anno di grazia 1954. Mentre Rebuffi realizza la storia di Tiramolla dal titolo “Vacanze in Helpetia”, negli States viene pubblicazione il saggio “Seduction of the Innocent” dello psichiatra Fredric Wertham, che mette in guardia dai fumetti, considerati non solo letteratura popolare di categoria inferiore, ma addirittura tra le prime cause della criminalità giovanile. Quindi, i fumettisti son gente cattiva che travia le menti imberbi. E l’Italia, che ha sempre guardato agli USA come a un modello da seguire, stavolta addirittura li aveva anticipati: nel 1951 il sacerdote Attilio Durante, sull’Indicatore della Stampa per Ragazzi, aveva messo all’indice le testate a fumetti più pericolose tra quelle che uscivano nelle edicole. Su trecentoquattordici, se ne salvavano sessantanove, e naturalmente si trattava della stampa a fumetti cattolica, dal “Vittorioso” al “Giornalino”. In un’ottica di compromesso storico ante litteram, o di larghi malintesi, l’opposto versante politico non si mostrava certo più aperto verso quella che certo nessuno valutava di indicare come “nona arte”: su “Rinascita”, mensile del Partito Comunista Italiano, nello stesso anno era Nilde Iotti (deputata del PCI nonché compagna del Segretario Nazionale del partito) a stilare una disamina molto critica del titolo “La questione dei fumetti”. E così, nel 1952, mentre a Milano nasceva Tiramolla, da Roma tentarono di soffocare in culla lui e i suoi fratelli con un progetto di legge a firma di due deputati della Democrazia Cristiana, Maria Federici Agamben e Giovanni Battista Migliori, i quali proposero una legge che chiedeva un controllo preventivo su tutti i periodici a fumetti. La legge veniva approvata alla Camera ma non al Senato. 

E torniamo al 1954: nonostante sia stata evitata la normativa censoria, continua il clima oscurantista; a due anni dalla sua creazione, Tiramolla ha l’onore di apparire nel primo numero dell’Indicatore della stampa periodica per ragazzi, nella categoria della “stampa che esige cautela”, cioè il terzo di quattro livelli, che vanno dalla “stampa raccomandabile”, “che i genitori possono dare in mano ai figlioli con assoluta tranquillità: morale, educativa, formativa per la vita”, passando per la “stampa leggibile” (che annovera anche Topolino, che non si trova quindi nell’èlite del gradimento) a quella appunto che esige cautela, per arrivare alla esecrabile “stampa esclusa”, in cui sono inseriti esempi di vergognosa immoralità quali Mandrake, Pecos Bill e Tarzan.

A dire di Rebuffi, la collocazione di Tiramolla nel quarto girone infernale è dovuto alla forma del personaggio, vagamente fallica. Ma questa valutazione non frena certo il potete estro creativo dell’autore, che seppure poco più che ventenne mostra giù tutti gli elementi che caratterizzeranno la sua cifra stilistica nei decenni a venire: una vena inesauribile legata a un umorismo che sa attingere a tutti i sapori della comicità, dallo slapstick al nonsense fino alla satira di costume. A tutto questo si associa una produzione serrata che ne fa una garanzia di professionalità per le pressanti esigenze dell’editoria periodica, ma con uno stile che è sintetico eppure mai al risparmio, debitore di una gloriosa tradizione ma anche unico e moderno, dinamico e cinetico, riconoscibile e inimitabile, fatto di immediatezza e capacità comunicativa senza pari, bensì di voglia di sperimentare con passione e competenza. Rebuffi produce storie a fumetti umoristiche che non si rivolgono esclusivamente a un pubblico infantile, una produzione leggibile su diversi livelli, che scansa come la peste la melassa buonista di tanta produzione dedicata ai ragazzi, inserendo elementi di commedia raffinata e spiazzante sarcasmo, il tutto all’insegna del politically incorrect. L’autore non disdegna la critica alle paranoie e ai pregiudizi della società contemporanea, facendo in ambito fumettistico, e con pari efficacia, quello che nel contempo sta facendo al cinema la commedia all’italiana nella sua migliore stagione. Alla narrazione briosa, efficace, cadenzata da dialoghi brillanti, si accompagna una sintesi grafica che mette sempre in primo piano il ritmo dell’azione e l’espressività dei personaggi. Non a caso la biografia artistica di Giorgio Rebuffi è una delle poche di autori italiani ad apparire nella titolata opera Dictionnaire Mondial de la Bande Dessinée dell'editore francese Larousse.

Le volte in cui ho avuto la fortuna di parlare con Giorgio Rebuffi, ho sempre avuto la netta impressione di avere a che fare con un eternamente giovane autore, dall’entusiasmo inesauribile. Si tratta di uno dei pochi casi in cui l’etichetta funzionava nel 1952 ed è ancora appropriata dopo sessant’anni di carriera.

(Articolo apparso in origine nel volume “Tiramolla 60+1” pubblicato da Annexia)