Intervista per il Tex Willer Blog

'Blogue portugues do Tex'

Intervista condotta da José Carlos Francisco, con la collaborazione di Angelo Palumbo, Giampiero Belardinelli e Mario Latino per la formulazione delle domande, di Júlio Schneider (traduttore di Tex e Magico Vento per il Brasile) e di Gianni Petino per le traduzioni e le revisioni e di Bira Dantas per la caricatura. Qui la trovate nel contesto originale.


Che posto hanno avuto i fumetti, soprattutto i Bonelli nella tua infanzia? 'Sicuramente importante. Tex, Zagor, e dopo alcuni anni Mister No, Ken Parker e Martin Mystère sono stati personaggi a cui mi sono molto legato, e che mi hanno accompagnato costantemente nel tempo, insieme al fumetto Marvel, soprattutto nel periodo degli anni ‘70 e ‘80, fino alla scoperta delle riviste cosiddette del “fumetto d’autore” ed oltre, perché li leggo ancora oggi'.

Come sei arrivato a fare il disegnatore di fumetti? Vocazione o caso? 'L’uno e l’altro. Il desiderio di intraprendere questa carriera è sempre stato, bene o male, presente in me, ma i passi fatti per concretizzare questo desiderio sono stati davvero incerti e, spesso, casuali'.

Hai avuto una formazione artistica? Di che tipo? 'Ho frequentato il corso del fumetto del Castello Sforzesco di Milano. Esperienza utile più che altro per entrare in contatto con altre persone interessate al media fumetto e confrontarsi con loro. Per il resto mi considero un autodidatta. Ma, concretamente, il ruolo più importante nella mia formazione iniziale l’hanno avuto i componenti dello Studio Comix, e ovviamente Berardi e Milazzo'.

Quali sono i disegnatori italiani e stranieri a cui ti sei ispirato nel corso della tua carriera? Ce n’è qualcuno più di altri che consideri idealmente il tuo maestro? 'Beh, i disegnatori sono tantissimi, e continuano ad aumentare, o a 'sostituirsi' con il passare del tempo. Giusto per fare qualche nome, in Italia i miei riferimenti costanti sono stati (e lo sono ancora), autori come Gino D’Antonio (che ho avuto la fortuna di conoscere), Dino Battaglia, Renzo Calegari, Sergio Toppi, Gianni DeLuca, Attilio Micheluzzi, Giorgio Trevisan, Roberto Diso, Magnus, Ferdinando Tacconi… e ovviamente Ivo Milazzo, che sicuramente, con l’inizio della collaborazione per il Ken Parker Magazine, ha rappresentato il momento di svolta nella mia carriera. Ma è impossibile citarli tutti. Guardando all’estero, vorrei almeno citare Moebius e Breccia (sia Alberto che Enrique), Hermann e Juan Jimenez, Juillard e Font, Munoz e Bernet, Mandrafina, Altuna, oppure gli autori nordamericani, tipo Toth, Caniff, Eisner, Richard Corben, David Mazzucchelli, fino a Bill Sienkiewicz. Anche qui l’elenco è lacunoso. In ogni caso, l’influenza avuta da ognuno di loro, per vari motivi, è stata essenziale per la formazione di una 'mia' visione delle cose ed un’eventuale 'stile' personale'.

Hai iniziato la tua carriera professionale collaborando alla testata 'Cyborg' edita dalla Star Comics. Cosa ricordi di quell’esperienza? 'E’ stata un’esperienza importante. Molto difficile, per diverse ragioni, soprattutto dovuta alla mia inesperienza, ma indubbiamente importante per cominciare almeno a confrontarmi con il mondo del fumetto a livello professionale'.

Quanto è stato importante aver avuto dei maestri come Carlo Ambrosini e Giampiero Casertano? 'Il contatto, molto occasionale in realtà con Carlo Ambrosini, Giampiero Casertano ed Enea Riboldi allo Studio Comix (contatto che ebbi grazie a Pasquale Del Vecchio che frequentava lo studio da poco), per me, poco più che diciassettenne, è stata un’occasione preziosa. Non credo di averglielo mai detto, ma per me tutti loro sono stati una forte spinta nel continuare su questa strada'.

Passiamo ora al periodo del 'Ken Parker Magazine'. Come sei entrato in contatto con Berardi e Milazzo? 'Dopo la chiusura della rivista Cyborg, seppi del progetto di Berardi e Milazzo di realizzare una rivista dedicata a Ken Parker, e ho semplicemente provato a mandargli delle tavole di prova. Oggi, riguardando quelle tavole, credo che sia stata una cosa da pazzi, allora invece mi sembrò ovvio farlo. L’incoscienza dei vent’anni, che però a volte aiuta'.

L’aver lavorato accanto a un maestro come Milazzo ha indubbiamente influenzato il tuo disegno. Come e quando sei poi arrivato a quell’invidiabile cifra stilistica mostrata sulle pagine di Magico Vento? 'Beh, intanto vi ringrazio per il giudizio sul mio disegno! Tornando alla domanda, l’influenza di Milazzo è stata naturalmente molto forte, e non solo da un punto di vista grafico, ma forse ancora di più da un punto di vista narrativo. La 'cifra stilistica' di cui parli, credo che sia figlia delle infinite influenze che mi sono arrivate dai tanti autori citati in precedenza, a cui vanno aggiunti i nomi di illustratori e pittori a cui mi sono avvicinato proprio nel periodo della frequentazione di Berardi e Milazzo e del lavoro su Ken Parker, e, a tutto questo, va anche aggiunta la grande suggestione che ha su di me il cinema e la fotografia'.

Gli episodi di Magico Vento con la tua firma grafica sono – anche grazie all’abile regia di Gianfranco Manfredi – un perfetto esempio di come si possa fare fumetto d’autore sulle pagine di un prodotto seriale. Non trovi scandaloso che certi lavori – tuoi e di altri colleghi – siano ignorati dalla critica non fumettistica? 'Beh, si, ma la supponenza di molti critici o giornalisti da barzelletta non è nuova, e il fumetto non è l’unica loro vittima. Negli ultimi anni, con il fiorire dei 'cinecomics', si sono lette delle cose deliranti sui fumetti d’origine di questi film, e spesso scritte da 'autorevoli' giornalisti. A volte la cosa mi irrita parecchio, a volte passo oltre. È anche vero che la situazione oggi è molto migliorata rispetto a diversi anni fa, il che è tutto dire'.

Al culmine dell’esperienza su Magico Vento ti sei anche occupato delle copertine (dal n. 32 al 75), subentrando a Venturi. Quali tecniche hai utilizzato e per quale motivo hai in seguito lasciato l’incarico? 'Le tecniche di colorazione utilizzate erano diverse, tra cui l’acquerello, i pastelli, tempere ed ecoline. L’abbandono dell’incarico è stato motivato, principalmente, dal fatto che non riuscivo più a coniugare una qualità costante nelle tavole producendo anche le copertine. In ogni caso mi è dispiaciuto lasciarle'.

Secondo Gianfranco Manfredi, una delle cause dell’eliminazione di Magico Vento nel 2010 è la difficoltà che i disegnatori più giovani provano con il western in generale, cosa che ovviamente non è il tuo caso. Come riesci a disegnare tanto bene i cavalli, le diligenze, le città, i villaggi, insomma: il genere western nel suo complesso? 'La cosa curiosa è che io non mi ritengo un disegnatore western! Gente come D’Antonio, Ticci, Milazzo, Serpieri o Giraud, solo per citarne alcuni, hanno saputo rappresentare il west con una capacità più unica che rara, il perché è forse anche legato ad un discorso generazionale. In ogni caso, ognuno di loro conosce molto bene quello che sta disegnando, una conoscenza del genere che va ben oltre un semplice discorso di documentazione. Io riesco a rappresentare il genere da un punto di vista credo solo 'emotivo', amo molto il genere western e le caratteristiche e le atmosfere che gli sono proprie. Ma, da un punto di vista generazionale, il mio immaginario è stato 'colonizzato' soprattutto dalla fantascienza. Un certo tipo di fantascienza, quella più legata al filone 'umanistico' della letteratura e al cinema di quel genere, emersa all’incirca negli anni settanta/ottanta, insomma più vicino a 'Blade Runner' che a 'Guerre Stellari' (film che comunque amo). In ogni storia di Magico Vento, dopo trenta pagine, inevitabilmente cominciavo a disegnare da qualche parte astronavi in avvicinamento a qualche strano pianeta o minacciosi cyborg. Ma sono convinto che appena avrò la possibilità di disegnare una storia di SF, dopo trenta tavole comincerò a abbozzare un uomo a cavallo in una sconfinata prateria!'

Nella tua ottica, esiste qualche legame, quanto meno a livello concettuale, fra le storie di Ken Parker e Magico Vento? 'Anche più di uno, direi. Magico Vento non sarebbe potuto esistere senza la visione del west narrata in precedenza in Ken Parker, oppure all’enorme lavoro fatto da Gino D’Antonio nella Storia del West. Come oggi, credo, il personaggio di Manfredi possa essere un nuovo punto da cui partire per chi vorrà affrontare il genere in futuro'.

Passiamo adesso al Ranger che dà nome a questo blog: come sei arrivato a Tex? E quali sono stati i tuoi obiettivi in questa serie? 'Ci sono arrivato per volere di Bonelli e Canzio. Io avevo espresso a Sergio Bonelli il desiderio di cambiare personaggio e genere, avevo davvero voglia di confrontarmi con altre cose ed atmosfere, ma come risposta è arrivata la proposta di fare questa storia di Tex, e soprattutto di essere inserito nella collana dei Texoni, cosa per me impensabile, e dunque un’occasione irrinunciabile. Di obbiettivi, per ora, ne ho solo uno: arrivare a farlo bene'.

Quali sono state le tue difficoltà nel capire il mito e dargli il tuo tocco personale? 'Le difficoltà maggiori sono state quelle di imparare i 'tempi' narrativi di cui Tex necessita. La vicinanza di Mauro Boselli (lo sceneggiatore della storia) mi è stata di grande supporto. Con grande attenzione e prontezza mi ha permesso di correggere sempre il tiro dove necessitava, gliene sono molto grato, anche perchè in ogni occasione il lavoro ne ha guadagnato. Le primissime tavole e l’approccio al personaggio in generale è stato difficile, ma, sotto consiglio di Bonelli, mi ha aiutato molto il poterlo disegnare come 'lo vedevo io', cominciando a sciogliere la mano e prenderci confidenza tavola dopo tavola'.

Disegnare Tex comporta qualche differenza rispetto a Ken Parker e Magico Vento? 'Sì, ognuno di questi personaggi ha una sua dimensione ben definita e delle esigenze narrative ben precise e molto diverse tra loro. Bisogna impararle e gestirle correttamente per non snaturare i vari personaggi, ma anche per poter trovare un modo per realizzarli 'facendoli propri' per quanto possibile'.

Se tu potessi esprimere delle preferenze tra le varie tipologie di storie texiane preferiresti disegnare quelle più tipicamente western con ampi spazi, indiani ecc., western urbani o storie di magia e mistero? 'No, non ho preferenze particolari, sono ugualmente attratto dalle storie più classicamente western che da quelle più oniriche e misteriose. Mi piacerebbe trattare il personaggio di El Morisco prima o poi, quello si'.

Ti manca il ruolo di copertinista? Come imposteresti una copertina di Tex? 'Non ci ho mai pensato, l’impegno di copertinista di Tex è coperto dal nome che più merita quel ruolo. Le copertine a volte mi mancano, si, ma magari in futuro qualche altra occasione ci sarà'.

Hai lavorato, nel corso della tua carriera in Bonelli, con vari sceneggiatori, tra cui Berardi, Manfredi e Boselli. Come trovi il loro modo di lavorare? Con chi ti sei trovato meglio? 'Non mi piace molto fare classifiche in questo senso. Diciamo che mi ritengo estremamente fortunato! Ognuno di loro ha delle esigenze ben precise, esigenze motivate per far funzionare la storia al meglio, esigenze che ho cercato sempre di rispettare, a volte riuscendoci a volte meno. Ma per quanto mi è possibile, cerco di metterci sempre qualcosa di mio'.

Com’è lavorare per Sergio Bonelli? 'Per me è stata una vera sorpresa, a cui mi devo ancora abituare, credo. Passare da un saluto occasionale in redazione ad avere un contatto diretto con lui è stato per me molto importante. Scoprendo anche e soprattutto la persona dietro il ruolo. A lui e a Decio Canzio, per varie ragioni che sarebbe troppo lungo riassumere, io devo moltissimo'.

Il fumetto della SBE è sempre stato il tuo obiettivo oppure avresti preferito fare il cosiddetto 'fumetto d’autore' come Pratt, Battaglia, Toppi, Manara? 'Posso capire che ci siano intenzioni e motivazioni diverse nelle varie produzioni, ma questa distinzione cosi netta io non l’ho mai accettata. Realizzare questi personaggi (Ken Parker, Magico Vento, Tex e Dylan Dog) è sempre stato il mio obbiettivo professionale, se arriverò a disegnare qualcosa di più legato a me e ai (ad altri) miei interessi si vedrà, ma nulla toglie al valore di questo tipo di personaggi, di fumetto e di produzioni'.

Hai mai pensato di fare qualche tipo di lavoro indipendente nel genere western ? In caso positivo, scriveresti tu stesso la sceneggiatura o ti appoggeresti a qualcun altro? Chi e per quale ragione? 'Alcune idee ce le ho, ma è ancora tutto in alto mare per poterne parlare con sensatezza'.

Nelle tue tavole preferisci lasciare spazio solo alla tua fantasia, oppure utilizzi anche altro materiale di supporto come fotografie, libri o altro? Utilizzi Internet per documentarti? 'Il supporto della documentazione è assolutamente prioritario. Libri di illustrazione, cinema, fotografia, pittura o altro, riempiono costantemente il mio tavolo da lavoro, ed anche internet è diventato, da qualche anno, un prezioso aiuto. Ma tutto questo, per come la vedo io, va sempre filtrato attraverso la propria visione delle cose, e dunque l’elemento legato alla fantasia del disegnatore o dello sceneggiatore rimane prioritario'.

Come procedi nella creazione? Fai una pagina completa e dopo passi all’altra? E quali strumenti di lavoro utilizzi? 'Parto sempre dalla prima tavola, e proseguo in ordine cronologico. Gli strumenti sono i più classici: matite, pennarelli e pennelli'.

Quanto tempo impieghi per disegnare una tavola? Hai degli orari? Come si articola una tua giornata tipo fra lavoro, letture, tenerti informato, ozio, vita familiare? 'Ogni tavola fa caso a se, dipende ovviamente da cosa bisogna disegnare, ma in media una tavola ogni due giorni. Nella giornata cerco di farci stare un po’ tutto, oltre il lavoro, fra interessi personali e culturali, ma ben poche volte ci riesco!'

Quali fumetti leggi attualmente ovvero con quali ti identifichi maggiormente? 'Ne leggo diversi, che vanno da vari personaggi Bonelli, ad alcuni fumetti targati Marvel o DC, e ovviamente tutto quello che posso trovare di interessante nelle varie fumetterie, naturalmente le produzioni legate ai tanti autori che prediligo fino a nuove scoperte che vanno ad arricchire la mia libreria, come ad esempio gli incredibili lavori di Thomas Ott, da poco conosciuto'.

Oltre ai fumetti, quale tipo di libri leggi? E quali le tue preferenze nel campo del cinema e della musica? 'Anche lì gli interessi sono molteplici, cerco di non fossilizzarmi e di non precludermi nessuna visione o lettura a priori. A volte, invece, addirittura si sovrappongono, facendomi iniziare più libri contemporaneamente, o vedere più film in una giornata. La musica, anche li di generi diversissimi, da Bach ai Pearl Jam tanto per capirci, è sempre presente durante la giornata lavorativa'.