40 anni di Playboy in Italia

Marco Basileo ci svela i segreti di Playboy

Il Direttore Editoriale intervistato nel giorno del fatidico numero 40

21/11/2012
Marco Basileo ci svela i segreti di Playboy

Da un anno al timone della versione italiana del magazine erotico più conosciuto al mondo, Marco Basileo abbina il phisique du role ad una grande esperienza come giornalista.
Il suo "Playboy" è rispettoso della tradizione ma non perde la voglia di innovare e trasgredire.
Con il numero 40 in uscita ci ha parlato di questi 12 mesi e di cosa riservi il futuro.

- Partiamo dall'inizio. 24 ottobre 2011, poco più di un anno fa, la sua presentazione come nuovo Direttore Editoriale di Playboy Italia. Come giudica il lavoro compiuto in questi dodici mesi? Ha raggiunto gli obiettivi che si era prefissato? Cosa, invece, ha funzionato meno?

- E' sempre difficile far coincidere il mondo ideale e quello reale. Nel caso del mensile più famoso del mondo, poi, le difficoltà aumentano. Abbiamo avuto grandi soddisfazioni e momenti di perplessità. Rispetto all'edizione degli anni 70, è cambiata quell'idea di trasgressione che aveva reso Playboy inimitabile. Ho cercato di realizzare un magazine anticonvenzionale, senza ispirarmi ai mensili cosiddetti maschili che già affollano le edicole. Non è facile, perché lettori e mercato perseguono spesso obiettivi contrapposti. I lettori vorrebbero un giornale audace, il mercato chiede un prodotto sofisticato. Far combaciare queste due esigenze è la parte più complicata del mio mestiere. Ma sono orgoglioso, per esempio, della copertina realizzata da Milo Manara. Ha fatto il giro del mondo. Purtroppo l'Italia resta un Paese conservatore, dove certe libertà intellettuali faticano a imporsi. L'edizione tedesca, per esempio, si pone minori scrupoli rispetto alla pubblicazione di un certo tipo di fotografia erotica. Ma continuiamo a innovare, senza fermarci.

 

- Nel comunicato dichiarava, tra le altre cose: “E’ il magazine maschile più famoso del mondo, e ritrovarsi al suo timone impone una guida rigorosa. Abbiamo l’obbligo morale e professionale di realizzare un prodotto che sia all’altezza della sua storia”. Ci parli di quella che per lei è la storia di Playboy: quali sono stati i suoi riferimenti nell'impostare la rivista? Non solo Playmate e belle donne ma curiosità, opinioni, inchieste, racconti?

- I riferimenti primordiali sono legati ai miei ricordi. Mio padre era un lettore del Playboy edito da Rizzoli. Li nascondeva in un cassetto, ma la sua collezione non era sfuggita alla mia curiosità infantile. Benché non fossi in grado di capire la profondità degli argomenti, ero affascinato dall’idea di maneggiare qualcosa di proibito. Sfogliare Playboy era come possedere un grimaldello e scassinare la serratura di una porta che dava accesso al mondo degli adulti. Le riviste che circolavano liberamente per casa erano prive di nudità femminile, dunque era evidente che quel giornale in particolare fosse qualcosa da occultare. Quando mi sono ritrovato alla direzione di Playboy Italia, ho guardato al passato. Volevo ripresentare il senso del proibito e della scoperta. Che non è più legato alla nudità, ma al tentativo di approfondire certi argomenti, tavolta anche scomodi. La mia formazione giornalistica è quella del cronista, dunque sono sempre alla ricerca di una bella storia di raccontare. Su Playboy, la storia è femmina, e viceversa.

- Ancora: “Soprattutto, immaginiamo un giornale che piacerà anche alle donne: perché alla fine sono loro, a decidere se siamo davvero dei Playboy”. Rispetto alla direzione di Enrico Barbieri scompare il claim ‘Il piacere di vivere da uomo’. Svolta femminile per il magazine maschile più famoso al mondo.  Nel numero in edicola adesso, invece, si parla di restyling a partire da novembre 2012 e di ‘Playboy Italia: l’assoluto maschile’. Quindi? 

- Playboy racconta la realtà, dunque è inevitabile che il giornale si modifichi insieme a essa. E' un esercizio stilistico complesso, ma necessario per questa pubblicazione. Siamo obbligati a sorprendere i lettori ogni mese. Quanto al claim, ho semplicemente concluso che fosse superfluo. Playboy non ha bisogno di presentazioni, non ha bisogno di spiegare alcunché. Perfino gli adolescenti sanno che cosa c'è dentro. Ma, proprio per questo, non possiamo presentare ogni mese lo stesso prodotto. Svelare la bellezza femminile è il cardine principale, il resto è intrattenimento. Andreste due volte di seguito nello stesso luna-park? Personalmente, preferisco tornarci solo se è stata varata una nuova attrazione.

- A proposito del nuovo Playboy, può anticipare qualcosa sul prossimo rinnovamento?

- Sarà spettacolare. E vi aspetta in edicola.

- Un confronto con il passato. Prendiamo il magico periodo di fine anni ‘70: su Playboy si spogliano Barbara Bouchet, Gloria Guida, Nadia Cassini, Anna Maria Rizzoli, Edwige Fenech, Jenny Tamburi, Dalila Di Lazzaro etc... Donne venerate ancora oggi da almeno un paio di generazioni. Quanto è difficile, nel contesto culturale ed economico dei giorni nostri, riproporre una simile sequenza di "campionesse" dell'immaginario erotico? Perché è fantastico avere Belen o Aida Yespica, tanto di cappello quando proponete copertine del, chiamiamolo così, circuito internazionale (Jenny McCarthy o Pamela Anderson), ma ci sono stati numeri che come cover presentavano delle donne bellissime ma meno conosciute al grande pubblico, come Joanna Krupa, Candice Boucher o Giulia Siegel. Nell’arco di un anno, qual è il rapporto cover internazionali-donne italiane-scoperte di Playboy, se esiste?

- Le "campionesse", come lei argutamente le definisce, non esistono più. Le reginette di bellezza del passato avevano un merito irriproducibile: per farsi fotografare senza veli dovevano vincere resistenze sociali che oggi non sono immaginabili. Ogni giorno, senza soluzione di continuità, ricevo nella mia casella di posta elettronica decine di servizi fotografici che ritraggono ragazze in pose provocanti. A quanto rilevo, per una donna l’idea di posare nuda si è completamente disinnescata. Talvolta, sembra essere diventato un lavoro come un altro. Per questo, la nostra selezione deve puntare al fascino, più che alla quantità di pelle scoperta. Naturalmente, la nostra preferenza va alle star di casa nostra. Ma l'offerta, frequentemente derivata da programmi televisivi spesso beceri, talvolta non è all’altezza. Di conseguenza ci guardiamo intorno: Playboy pubblica circa 30 edizioni internazionali, ed è una risorsa formidabile. Ecco perché, in cerca di una bella storia – come quella di Jenny Mc Carthy, per esempio – saltuariamente ci capita di scegliere una bellezza straniera, ma capace di suggestionare anche il lettore italiano. Che ha una certa esperienza in materia di starlette svestite, dunque è un lettore difficile: ha mai acceso la televisione alle cinque del pomeriggio?

All'epoca Playboy non aveva rivali o quasi. Le altre offerte erotiche erano più vicine al mercato della pornografia. Adesso invece esistono tantissimi competitor e non solo dal punto di vista dei magazine, ma anche del mezzo. Ci parli del lettore della tua rivista, di come ne fruisce, della multimedialità (sito internet e rivista digitale) che offrite per tenerlo sempre legato al vostro brand. Prevedete una maggiore interazione, avete allo studio alcune novità?

All'epoca, praticamente, non c'era alternativa. Playboy rappresentava ciò che Charles Darwin rappresenta per gli atei: prima de “L'origine della specie”, era impossibile definirsi non credenti. Non c'erano altre spiegazioni. Playboy, per quanto ruvida possa sembrare questa affermazione, era il giornale da leggere in privato, fantasticando. Come le dicevo poco fa, oggi l'offerta si è massificata. Non parlerei di concorrenti dal momento che, in astratto, Playboy ha creato il genere del magazine maschile, ed è stato poi copiato da tutti gli altri. Questo è un altro motivo che ci impone di essere costantemente innovativi, anche a costo di frastornare qualche lettore. Il web, per ora, è una risorsa che permette visibilità, con oltre due milioni di contatti al mese. Abbiamo un progetto in fase di lavorazione, ma vedrà la luce solo nel 2013, dunque parlarne è prematuro.

Settembre 2012, nel suo editoriale parla di ‘visione distorta di Playboy da parte del pubblico’: “Coloro che non l'hanno mai sfogliato ne hanno una percezione distorta. Un magazine superleggero, gremito di fanciulle stereotipate che si mostrano senza inibizioni nei confronti della vita”. E' dura proporre dei numeri come l'ultimo (doping nello sport, un'intervista a Richard Dawkins sull'ateismo, un fumetto di Cononino Press e un approfondimento sul sesso nei Manga, tra le altre cose) e venire sempre giudicati in base alla quantità di pelle mostrata dalla Francesca Piccinini di turno, vero?

Confesso: è dura. Ma non posso rinunciare a presentare argomenti carichi di sostanza. Tuttavia, riceviamo molte lettere di apprezzamento. Il patto che stringiamo con il lettore di Playboy, unico nostro vero padrone, è implicito nella natura della rivista. Chi lo acquista è consapevole del fatto che troverà all’interno una certa quantità di fotografie sexy. Ma noi non realizziamo un catalogo illustrato. Questo è un magazine.

Nel 1985, Playboy era proposto da Mandadori a L.6000. Ora costa 3,5 euro, praticamente la stessa cifra, ed è un prezzo decisamente basso per un magazine cartaceo che approda in edicola. Può dirci quante copie della rivista vengono vendute al mese e qual è la sua percentuale di mercato nei confronti dei magazine di riferimento?

Il prezzo è basso, per una precisa scelta dell’editore. Quanto alle vendite, i dati del distributore sono sempre confortanti. Difficilmente vendiamo meno di 20mila copie al mese. Talvolta, se la storia di copertina è particolarmente azzeccata, arriviamo quasi al doppio. Playboy Italia è regolarmente fra le prime tre testate “maschili” in vendita in Italia. E stiamo parlando di una nazione dove l'abitudine a leggere si sta perdendo.   

Capitolo pubblicità. Negli anni ’60 gli inserzionisti principalmente appartenevano a tre settori merceologici: alcolici, automotive e moda. La tecnologia arrivò negli anni ’80. L’ultimo vostro numero ha proposto: moda, arredamento, tecnologia, accessori, alcolici, orologi. Quasi le stesse cose. Confermate quindi il posizionamento ‘alto’ della rivista, il ‘piacere di vivere da uomo’…che può spendere:

Per la verità, gli inserzionisti principali delle edizioni degli anni 70 erano i produttori di sigarette. Sfogliare qualche numero d’epoca è bizzarro, perché all’improvviso ti ritrovi con una modella che fuma, ed è una pubblicità. Altri tempi. Playboy, d’altra parte, non può derogare alla sua missione, come scrisse Umberto Eco: “Che cos’è un playboy? Un giovane dirigente industriale, un artista, un architetto, un professore d’università dalla mente acuta, che possiede un certo punto di vista personale delle cose. Non vede la vita come una valle di lacrime ma come una stagione felice. Prende gusto al suo lavoro senza considerarlo il fine ultimo dell’esistenza. E’ sveglio, cosciente, ha gusto, indulge al piacere senza essere né dilettante né schiavo della voluttà”. Non amo l’espressione “posizionamento alto”. Playboy, piuttosto, è oltre.

Ci racconti qualche curiosità sulla convention di Playboy a Los Angeles e soprattutto sulla Playboy Mansion di Beverly Hills. Ha incontrato Hugh Hefner di persona? Le sue conigliette?

La migliore risposta è sul prossimo numero (40): vi aspetta un reportage dalla Playboy Mansion, conigliette comprese…

Chiudiamo con un suo messaggio ai lettori di questo blog, nostalgici delle fanciulle di una volta e desiderosi di riscoprire o confermare il fascino di Playboy:

Quando acquistate Playboy, il piacere è nelle vostre mani. Oggi più di prima. Che cosa aspettate a farvi intrattenere, dunque?


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